
Non riconosce più la faccia. Si sveglia e va a controllarla, perché è come se non la sentisse. Come l’arto fantasma, anche il volto sembra mozzato, appoggiato da qualche parte.
Eppure c’è, lo sa, ne fa uso costante. Deve vederla, riflessa, fotografata, commentata. La prova del reato.
Mercoledì, quando la giornata ha inizio, è confuso. Sarà un lungo weekend, un primo bagliore natalizio in una Los Angeles soleggiata.
Thanksgiving, cioè il giorno del ringraziamento, ha un significato tutto suo. Nato per dire “grazie” a chi ha permesso i primi passi negli Stati Uniti, si è poi trasformato in un “thanks” generico, forse a Taco Bell, forse ai semafori.
Caffè e sigaretta. Poi di corsa a recuperare un’amica in stazione. Ma la stazione non c’è. Un messicano con burrito ci indica una direzione, sbagliata. La Lonely Planet non aiuta e, per la prima volta, guidare per LA è un caos. Una signora in tenuta da lavoro carica il passo e non si degna di rispondere alle mie richieste, mentre un’altra sembra impaurita. Girare a caso. Non è una meraviglia, ma siamo a Downtown. Mattoni e ringhiere, cancelli, reti. Marrone e grigiastro. E sembra un videoclip on the road. Smashing Pumpkins - 1979, testa fuori dal finestrino e tanta fantasia.
Recuperata la ragazza, è il turno dell’altro amico. Quando dicevo che è come andare da Brescia a Milano o da Como a Mantova, ecco, intendevo proprio passare ore sull’automobile, senza percepire una distanza, in realtà, ingombrante.
Caffè. Sigaretta.
Un’ora o forse più ci divide dall’aeroporto. Poi ci sarà il ritorno.
LAX, cioè là dove arrivi e partenze sono come cellule in riproduzione, si colora di toni dal violaceo all’indaco, passando per tonalità intermedie molto soft e poco comprensibili per un daltonico. La pellicola assume venature artificiali, caratterizzate da pannelli imponenti che illuminano la strada. Anche l’interno della vettura si lascia penetrare da cotante sfumature, rendendo il tragitto un’immagine.
Non c’è più caffè. E quello che acquistiamo sembra non apprezzare la moka. E allora sigaretta, giusto per non perdere l’abitudine.
Si cena italiano, si fa tavolata, si apre un vino e si mastica carbonara. Apriamo una locanda, manca solo Guccini. Siamo in Italia e in California nello stesso momento. Ci si emoziona, perché è un privilegio. Giovani auto-esiliati o quasi, qualcuno alla ricerca di risposte, altri di domande, qualcuno per laurearsi. Come in un racconto di formazione, ci fermiamo a prendere tempo, anzi, a respirarlo nella speranza di poterlo rincorrere.
Caffè. Sigaretta. Succo d’arancia. Marmellata.
Giovedi 22 novembre le strade sono deserte. Gli americani sono tutti impegnati a cucinare tacchino e cosacce che facciano da contorno. Gli OGM fanno miracoli, così assisto alla cottura di un gallinaceo dalle dimensioni imbarazzanti, così inebriante d’odori che perdo i sensi.
Chiacchiero con lui, vecchio conservatore dall’atteggiamento elegante, ma finiamo per discutere sulla temperatura più adeguata per ottenere il meglio da un tacchino saporito artificialmente.
Gli infilo un termometro per zittirlo e me ne vado. Il “turkey” se ne rimane solo a farneticare su progetti per un partito popolare europeo. Mentre mi intrattengo con ospiti accorsi per rifugiarsi nella casa delle libertà, sento il tacchino bofonchiare sulla possibilità di mantenere la leadership.
Il trip around LA entra nel vivo con la tappa Beverly Hills. Ho saputo che, mentre mangiavamo una pizza al fasullo “Panini Cafè”, (pizza che richiamava una torta salata con quintali di mozzarella plastificata in superficie), Cristina Parodi si fingeva interessata allo shopping sulla Rodeo Drive. Avrei voluto incontrarla per darle uno schiaffo, peccato.
Rivedere luoghi già esplorati nelle prime settimane di permanenza, a tre mesi di distanza, ha un sapore di maturità misto relax che mi ero dimenticato. Cose del tipo “ah, si, si…lì c’è questo, là c’è quello, …”, ecc.
Tempo di caffè e un’altra sigaretta. Un rito che ci porta spesso a fare tappa comune, accompagnati da colonne sonore sempre diverse, utili a noi giovani un po’ in disuso.
In Coldwater Avenue c’è una casa addobbata da Babbo Natale. Oppure è la villa degli spot Coca-Cola. Un festival di luci e decorazioni che, sommati, consumeranno come una cittadina media del nord-Italia.
Girato l’angolo troviamo la destinazione. Marino, simpatico quarantenne argentino, un uomo che cammina per le vie di LA con la maglietta del Che, ci accoglie con un berretto in lana e un look da muratore che commuove. Non si riesce a mettere piede in casa che già veniamo assaliti da un pericoloso gruppo di parenti e familiari un po’ canadesi, un po’ coreani, un po’ latini. Americani, insomma.
C’è zia Yetta, la fotocopia di quella della sit-com “La Tata”, e pure zia Assunta. La loro insistenza nel servire le torte mi obbliga a mandare giù tutto con furore alleviato dalla birra. È Natale. Che ore sono? Le undici, mezzanotte, le dieci. Non importa. Situazione da cenone, veglia, antipasto tutta la vita, vigilia, fondi di bottiglia, dessert o frutta, sottobicchieri, “quello è il mio tovagliolo?” – “no è il tuo”, cagnolini impazziti, sedie improvvisate, cucina variopinta, regali dimenticati, auguri, e una fatica tremenda ad interagire.
Qualcuno mostra fotografie di quando era giovane, mentre un avvocato conversa in perfetto francese. Io cerco riparo in Marino, il quale fa lo stesso con noi. Alla fine ci rifugiamo in una sorta di retrobottega che funge da panic-room.
The e sigaretta. Si cambia perché è tardi e abbiamo voglia di pigiama e biscotti.
Domani andiamo sulla Mulholland Drive, a goderci il panorama di una Los Angeles offuscata da una nebbiolina bastarda che copre parte della nostra visuale a 180 gradi.
Nella stessa città si può andare al mare, in montagna, dentro grattacieli, attraversare zone popolari che portano dal Messico alla Corea, e visitare castelli che sono case. Tutto in un giorno.
C’abbiamo provato anche noi, ed il risultato è una confusione esaltante.
Il cielo è più vicino quando sali allo Standard. Un luogo di mistica atmosfera, profondamente alienante. Cockail in mano e ringhiera che, superata con lo sguardo, racconta una porzione di città che è vera metropoli. Farsi coccolare dai comodi divanetti scaldati dai funghi caloriferi, ascoltare musica di alta qualità, dub, rock, indie, elettronica, alzare lo sguardo, illuminati dalla luna piena, ed accorgersi che gli imponenti palazzi di vetro che circondano la terrazza potrebbero, perché no, essere le lampade che creano l’atmosfera di un locale che sembra un’installazione.
La piscina riscaldata si lascia dipingere da tinte sensuali, così come il resto del luogo. Se c’erano dubbi, lo Standard afferma in ogni sua sfumatura che siamo a LA.
Caffè, quello buono, e un’altra sigaretta. Ci sta anche una fetta di torta.
Venice Beach è meravigliosa. La visitiamo lentamente, accompagnati dalla marea di persone che la popolano. Alieni. Per qualche strana ragione si ritrovano qui tutti i giorni, rassicurati dal mare e dalla spiaggia marziana. Ogni due passi c’è un cartello di bizzarri personaggi che ballano hip-hop, giocano col pubblico, dichiarano qualcosa.
Cosa non avevo detto di Venice l’altra volta? Ah si, che è sempre vacanza.
Caffè, sigaretta e Gianni Drudi.
Scoprire proprio qui che l’uomo del “Fiky Fiky” scrisse e cantò una canzone del tipo “com’è bello lavarsi” fa tristezza ma anche un po’ di sano entertainment. Quindi l’ascoltiamo, in loop.
C’è spazio per tutto. Anche per andare al supermercato all’una di notte. L’idea degli store aperti 24 ore è pazzesca, suggerisce l’idea che ci sia sempre vita. La clientela, ovviamente, è un po’ diversa. E finalmente ho visto qualcuno in quasi-pantofole, vecchine dai volti allucinati, un cassiere con una specie di spazzettone in tasca, fiero e a suo agio.
Si passa la nottata con l’affetto di chi sa che, purtroppo, giornate come queste sono solo parentesi.
Poi sarà ancora il turno di un caffè ed una sigaretta. Lunga, lunghissima, perché è l’ultima, a chiudere un viaggio irripetibile.
La faccia non c’è ancora, dimenticata da qualche parte. Però adesso è più sollevata, diluita in un bicchiere di episodi.
Eppure c’è, lo sa, ne fa uso costante. Deve vederla, riflessa, fotografata, commentata. La prova del reato.
Mercoledì, quando la giornata ha inizio, è confuso. Sarà un lungo weekend, un primo bagliore natalizio in una Los Angeles soleggiata.
Thanksgiving, cioè il giorno del ringraziamento, ha un significato tutto suo. Nato per dire “grazie” a chi ha permesso i primi passi negli Stati Uniti, si è poi trasformato in un “thanks” generico, forse a Taco Bell, forse ai semafori.
Caffè e sigaretta. Poi di corsa a recuperare un’amica in stazione. Ma la stazione non c’è. Un messicano con burrito ci indica una direzione, sbagliata. La Lonely Planet non aiuta e, per la prima volta, guidare per LA è un caos. Una signora in tenuta da lavoro carica il passo e non si degna di rispondere alle mie richieste, mentre un’altra sembra impaurita. Girare a caso. Non è una meraviglia, ma siamo a Downtown. Mattoni e ringhiere, cancelli, reti. Marrone e grigiastro. E sembra un videoclip on the road. Smashing Pumpkins - 1979, testa fuori dal finestrino e tanta fantasia.
Recuperata la ragazza, è il turno dell’altro amico. Quando dicevo che è come andare da Brescia a Milano o da Como a Mantova, ecco, intendevo proprio passare ore sull’automobile, senza percepire una distanza, in realtà, ingombrante.
Caffè. Sigaretta.
Un’ora o forse più ci divide dall’aeroporto. Poi ci sarà il ritorno.
LAX, cioè là dove arrivi e partenze sono come cellule in riproduzione, si colora di toni dal violaceo all’indaco, passando per tonalità intermedie molto soft e poco comprensibili per un daltonico. La pellicola assume venature artificiali, caratterizzate da pannelli imponenti che illuminano la strada. Anche l’interno della vettura si lascia penetrare da cotante sfumature, rendendo il tragitto un’immagine.
Non c’è più caffè. E quello che acquistiamo sembra non apprezzare la moka. E allora sigaretta, giusto per non perdere l’abitudine.
Si cena italiano, si fa tavolata, si apre un vino e si mastica carbonara. Apriamo una locanda, manca solo Guccini. Siamo in Italia e in California nello stesso momento. Ci si emoziona, perché è un privilegio. Giovani auto-esiliati o quasi, qualcuno alla ricerca di risposte, altri di domande, qualcuno per laurearsi. Come in un racconto di formazione, ci fermiamo a prendere tempo, anzi, a respirarlo nella speranza di poterlo rincorrere.
Caffè. Sigaretta. Succo d’arancia. Marmellata.
Giovedi 22 novembre le strade sono deserte. Gli americani sono tutti impegnati a cucinare tacchino e cosacce che facciano da contorno. Gli OGM fanno miracoli, così assisto alla cottura di un gallinaceo dalle dimensioni imbarazzanti, così inebriante d’odori che perdo i sensi.
Chiacchiero con lui, vecchio conservatore dall’atteggiamento elegante, ma finiamo per discutere sulla temperatura più adeguata per ottenere il meglio da un tacchino saporito artificialmente.
Gli infilo un termometro per zittirlo e me ne vado. Il “turkey” se ne rimane solo a farneticare su progetti per un partito popolare europeo. Mentre mi intrattengo con ospiti accorsi per rifugiarsi nella casa delle libertà, sento il tacchino bofonchiare sulla possibilità di mantenere la leadership.
Il trip around LA entra nel vivo con la tappa Beverly Hills. Ho saputo che, mentre mangiavamo una pizza al fasullo “Panini Cafè”, (pizza che richiamava una torta salata con quintali di mozzarella plastificata in superficie), Cristina Parodi si fingeva interessata allo shopping sulla Rodeo Drive. Avrei voluto incontrarla per darle uno schiaffo, peccato.
Rivedere luoghi già esplorati nelle prime settimane di permanenza, a tre mesi di distanza, ha un sapore di maturità misto relax che mi ero dimenticato. Cose del tipo “ah, si, si…lì c’è questo, là c’è quello, …”, ecc.
Tempo di caffè e un’altra sigaretta. Un rito che ci porta spesso a fare tappa comune, accompagnati da colonne sonore sempre diverse, utili a noi giovani un po’ in disuso.
In Coldwater Avenue c’è una casa addobbata da Babbo Natale. Oppure è la villa degli spot Coca-Cola. Un festival di luci e decorazioni che, sommati, consumeranno come una cittadina media del nord-Italia.
Girato l’angolo troviamo la destinazione. Marino, simpatico quarantenne argentino, un uomo che cammina per le vie di LA con la maglietta del Che, ci accoglie con un berretto in lana e un look da muratore che commuove. Non si riesce a mettere piede in casa che già veniamo assaliti da un pericoloso gruppo di parenti e familiari un po’ canadesi, un po’ coreani, un po’ latini. Americani, insomma.
C’è zia Yetta, la fotocopia di quella della sit-com “La Tata”, e pure zia Assunta. La loro insistenza nel servire le torte mi obbliga a mandare giù tutto con furore alleviato dalla birra. È Natale. Che ore sono? Le undici, mezzanotte, le dieci. Non importa. Situazione da cenone, veglia, antipasto tutta la vita, vigilia, fondi di bottiglia, dessert o frutta, sottobicchieri, “quello è il mio tovagliolo?” – “no è il tuo”, cagnolini impazziti, sedie improvvisate, cucina variopinta, regali dimenticati, auguri, e una fatica tremenda ad interagire.
Qualcuno mostra fotografie di quando era giovane, mentre un avvocato conversa in perfetto francese. Io cerco riparo in Marino, il quale fa lo stesso con noi. Alla fine ci rifugiamo in una sorta di retrobottega che funge da panic-room.
The e sigaretta. Si cambia perché è tardi e abbiamo voglia di pigiama e biscotti.
Domani andiamo sulla Mulholland Drive, a goderci il panorama di una Los Angeles offuscata da una nebbiolina bastarda che copre parte della nostra visuale a 180 gradi.
Nella stessa città si può andare al mare, in montagna, dentro grattacieli, attraversare zone popolari che portano dal Messico alla Corea, e visitare castelli che sono case. Tutto in un giorno.
C’abbiamo provato anche noi, ed il risultato è una confusione esaltante.
Il cielo è più vicino quando sali allo Standard. Un luogo di mistica atmosfera, profondamente alienante. Cockail in mano e ringhiera che, superata con lo sguardo, racconta una porzione di città che è vera metropoli. Farsi coccolare dai comodi divanetti scaldati dai funghi caloriferi, ascoltare musica di alta qualità, dub, rock, indie, elettronica, alzare lo sguardo, illuminati dalla luna piena, ed accorgersi che gli imponenti palazzi di vetro che circondano la terrazza potrebbero, perché no, essere le lampade che creano l’atmosfera di un locale che sembra un’installazione.
La piscina riscaldata si lascia dipingere da tinte sensuali, così come il resto del luogo. Se c’erano dubbi, lo Standard afferma in ogni sua sfumatura che siamo a LA.
Caffè, quello buono, e un’altra sigaretta. Ci sta anche una fetta di torta.
Venice Beach è meravigliosa. La visitiamo lentamente, accompagnati dalla marea di persone che la popolano. Alieni. Per qualche strana ragione si ritrovano qui tutti i giorni, rassicurati dal mare e dalla spiaggia marziana. Ogni due passi c’è un cartello di bizzarri personaggi che ballano hip-hop, giocano col pubblico, dichiarano qualcosa.
Cosa non avevo detto di Venice l’altra volta? Ah si, che è sempre vacanza.
Caffè, sigaretta e Gianni Drudi.
Scoprire proprio qui che l’uomo del “Fiky Fiky” scrisse e cantò una canzone del tipo “com’è bello lavarsi” fa tristezza ma anche un po’ di sano entertainment. Quindi l’ascoltiamo, in loop.
C’è spazio per tutto. Anche per andare al supermercato all’una di notte. L’idea degli store aperti 24 ore è pazzesca, suggerisce l’idea che ci sia sempre vita. La clientela, ovviamente, è un po’ diversa. E finalmente ho visto qualcuno in quasi-pantofole, vecchine dai volti allucinati, un cassiere con una specie di spazzettone in tasca, fiero e a suo agio.
Si passa la nottata con l’affetto di chi sa che, purtroppo, giornate come queste sono solo parentesi.
Poi sarà ancora il turno di un caffè ed una sigaretta. Lunga, lunghissima, perché è l’ultima, a chiudere un viaggio irripetibile.
La faccia non c’è ancora, dimenticata da qualche parte. Però adesso è più sollevata, diluita in un bicchiere di episodi.
5 commenti:
Aprire parentesi sembra essere la nostra occupazione preferita, o almeno la mia, di questi tempi. Il problema è che non le so chiudere, come le schiacciate al ping pong.
Anyway, you're brillant, sey. Anyone agrees
hai conversato con un gallinaceo?
è davvero un piacere leggerti, sei in grado di far emozionare, ti rendi conto?_
ho un problema cruciale.
vorrei tanto spalmarmi un tubetto di latte condensato sull'incisivo ogni mattina, senza lavare i denti per anni, e poi tornare da lei, per dimostrare tutta la mia carie per lei. ma lei non mi conosce, e vive di spalle sopra un'amaca.
tu cosa mi consigli?
ma non c'è una tua mail, seymandi? ho bisogno di info su L.A.
ciao!!!
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