martedì 4 settembre 2007

#04. Leggero


Che strano un Paese dove, per entrare in casa di qualcuno, non si chiede “permesso?”. Ma, forse, mi è solo sfuggito. Capisco ancora talmente poco, che se potevo ritenermi un tipo brillante, a Los Angeles sono al minimo sindacale di carisma.

Starbucks, le 11:10 PM. Significa, sostanzialmente, che - da solo – mi sono voluto impegnare, (l’ho voluto, l’ho dovuto), ad uscire da quella stanza. Quella. Ormai quasi antropomorfa, vivida, umana. Devo complimentarmi col suonatore di questa catena di colazioni (sempre, tutto il giorno, ovviamente). C’è ottima musica. Lo so, lo sapevo che ci sarei rimasto sotto.
Appena approdato a LA ho capito che in Starbucks avrei trovato un amico, un peluche, una coccola. E, come si sa, ne ho sempre fisiologicamente bisogno, sin dal 1992.

Lo zucchero, sul cappuccino “tall” che ho acquistato, non scende. Rimane, orgogliosamente, appoggiato, anzi, direi sdraiato sulla schiuma cremosa che fatica a dileguarsi. Lo osservo e ne rimango attratto.
La colonna sonora suggerisce un’armonica country, e attorno a me percepisco calma. Tranquillità. La gente, età media 22, è silenziosa, riservata. Garbata.
Studiano, leggono, sottolineano. Mi fanno sentire più libero, probabilmente soltanto più adeguato.
E’ piacevole.
Qualcuno sorride. Una ragazza mantiene la sua femminilità, mentre mostra disagio di fronte ad un paragrafo poco stimolante.

Un bastoncino. E con questo dovrei – mi chiedo – gustare tutta l’inattesa schiuma (molto soffice, non sufficientemente cremosa) che è rimasta sul fondo? Vorrei entrare nel bicchiere, di un materiale a metà tra un cartone plastificato e una plastica sugherosa, e godere nell’ensemble il mio cappuccino. Vuoi vedere che mi proporranno una cannuccia?
Da queste parti ghiaccio e cannuccia sono due elementi primari, gli altri ancora li devo sintetizzare, ma ci sono vicino.
Fuori chiudono prima. Cioè tavolini e sedie esterni vanno liberati in anticipo rispetto alla chiusura del locale. Così escono, i giovani in completo nero e cappellino, e te lo dicono. Entri, e te ne stai esattamente dove sono da venti minuti. Plaisir!

C’è chi, debolmente, si fa sopraffare e poi vincolare da droghe di ogni tipologia. Io, ammetto, sono dipendente. Starbucks è una sostanza, un rifugio, un tappeto.
Qui mi sento come quando, da infante, giocavo coi Lego sul piumone. Se potessi, lo rifarei, oggi, in questa caffetteria in serie. Mi riprometto che lo farò, nei prossimi mesi.

Voglio trovare la donna della mia vita. Voglio conoscerla qui, tra un “double espresso” e un “frappuccino”, variante pericolosa del già citato cugino italiano.
Poi ci compriamo tutte le tazze, meravigliosamente colorate, ed arrediamo casa. Solo tazze. E tanti contenitori. Grandi, minuti, vuoti, Bianchi, trasparenti, con le pratiche presine cartonate per non scottarsi. Ci tengono, da Starbucks.
Nessuno mi fissa, nessuno mi osserva. Solo io guardo in giro, curioso, rubo azioni e movimenti, indecisioni e allusioni. Sguardi.
Ho scelto l’angolo giusto, nascosto come nel mio fortino. Una volta me lo costruivo nel divano. Lo smontavo e mi ci buttavo in mezzo, a rubare, anche lì, quello che facevano e bisbigliavano i miei.
Qui è già pronto, e sono pure comodo. E’ fantastico, ho la mia oasi. Ed è fottutamente un prodotto. Semplice. Perfetto.
Da queste parti non ci sono piazze. C’è Starbucks. Cappuccino!

Vedo Michael Bublè. Continuo a beccarlo, da qualche giorno. Sta lì, seduto ad un tavolino, anche lui solitario. Fa una smorfia e mi fa cenno, come a dirmi “guarda su”.
Io, emozionato e preoccupato, perché – francamente – immaginavo incontri più interessanti del Bublè sovrappeso, alzo lo sguardo. Quando abbasso il capo, speranzoso di aver sognato tutto, il cantante swing sta battendo lievemente le mani. Mi invita, incitandomi come un Fabrizio Frizzi qualunque, a prendere parte a questa follia.

Cantiamo. Io e Bublè ci improvvisiamo in “Fly Me To The Moon” ed altri pezzi di Sinatra. Infine, un tributo al Belpaese che – mi confessa Michael – trova sottotono. Il finale di “Zingara” fa emozionare i ragazzi che, fino a poco fa, stavano privatamente studiando.
Un successo. E quelli del Starbucks ci regalano Frappuccini gratis. E una valanga di ghiaccio.

Michael ed io ci salutiamo. Mi regala una cannuccia con una dedica: “remember that”. E dietro: “I’m almost sugar”. Ovvero: “sono quasi zucchero”. Chissà cosa avrà voluto comunicarmi. Si riferiva al noto bluesman italiano? No. Bublè mi voleva accompagnare al mio prossimo cappuccino.
Un’amicizia non cercata, mai voluta. Adesso a Los Angeles ho un nuovo contatto messenger. E fa swing.

Si è fatto tardi. I cassieri del locale cremoso mi ricordano che tra poco si chiude. Saluto, ancora rimbambito da quanto accaduto, e abbraccio. Tutti.
Domani tornerò. Prenderò anche una fetta di torta. Con ghiaccio.

Rido, ed esco per strada mimando Tom Jones.

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