
Los Angeles, in auto, è tutta un’altra cosa. Dopo giornate passate a passeggiare per miglia e miglia, arrivando all’autodistruzione di rotule e cartilagini sparse, finalmente si prova l’inedita sensazione di movimento su quattro ruote.
Cambio automatico. Climatizzatore. Due accendisigari. Senza l’accendi. Cioè, solo la possibilità di introdurre caricabatterie e simili. Un’auto no-smoking, dichiaratamente.
Ma che bello! Vani porta-oggetti. E porta bibite, con vassoietto! Sì, ci siamo in una (piccola) vettura americana.
Prima tappa: Malibu. Ma veloce, giusto per capire se esiste davvero. Oceano in widescreen e gabbiani che, pare, abbiano colonizzato parte della spiaggia. Un brivido cresce sulla schiena quando, nel bel mezzo della Highway, ci fermiamo a bordo strada per dare un’occhiata da vicino. Si respira mare, vento salino e un po’ speziato, che isola per un attimo dal traffico.
Passa veloce un montaggio su clip di Baywatch. Mi sento scemo, però un po’ me la meno davanti a questo spettacolo. E saltello. Saluto un pubblico immaginario di bagnanti.
Penso che da “Arby’s” ci sono nuovi panini con mozzarella e fresch tomato, e tanta salsa ai funghi. Potrebbe diventare la mia prossima malattia. Arby’s ha un look così familiare, da panificio misto trattoria. No, non sarà di plastica. Questa volta, lo sento, pranzerò gioioso.
La Cobalt, così si chiama la macchina, ci porterà a Burbank. S’è pensato di fare una gitarella all’Ikea. Freeway: qui l’autostrada è gratis. Ed è – se possibile – ancora più larga delle strade ordinarie. Burbank si trova nella San Fernando Valley. Una ridente porzione di California dedita al caldo. Sole che sembra più vicino. E che rende la piazzetta (commerciale) attorno all’Ikea una cozza gratinata. Mi sento così. Secco e farinoso.
Da queste parti, giustamente, si rende l’esperienza mobiliare un goloso centro di accoglienza per affamati. California Pizza Kitchen (perché?), Coffee Bean, Fastfood, Ristorante Chill Messicano, ecc. Si mangia. Anche qui.
Carugate, Roncadelle, Padova. Entro e mi sento a casa. L’Ikea, all’interno, è esattamente, indubbiamente, scrupolosamente uguale a tutte le altre. In una maniera destabilizzante. Comincio a muovermi, tra cucine e salotti, fino a recuperare, con calma ed entusiasmo, basi materasso, lenzuola, cuscini.
So tutto. Preciso e lucido, come sempre, dagli svedesi. Voglio aprire una finestra e guardare fuori. Brescia? Milano?
San Fernando Valley. Burbank. Dove girarono qualche esterno di Pulp Fiction o di Ritorno al Futuro. Dove gli edifici sono più bassi che a LA, e le vie più cittadine.
Trovati tutti gli accessori. Anche un salviettone quadrettato, via. Qua costa meno che in Italia. Da noi, infatti, i prezzi degli svedesi sono tra i più alti nel mondo.
Aspetto il Lillehammer e il Sultan Fangebo (che piacevoli questi nomi che non spiegano mai un cazzo di quello che compri…per conto mio “Lillehammer” potrebbe essere una sottiletta o un detersivo…) ed osservo l’humus attorno. Anche gli americani, all’Ikea, assumono nuova forma. Sono più europei. Anzi, più torinesi. Si lasciano incanalare da scrivanie, poltrone, scaffali. Diventano più banali.
Esco vincitore dal megastore, e mi rimane addosso il sapore delle doghe in legno. Accompagnato da una voglia matta di crostata e bresaola. Per la prima volta mi rendo conto, davvero, di essere da un’altra parte. Negli Stati Uniti, sotto Schwarznegger, in mezzo a lampioni che avevo visto solo in serie tv tipo “Law & Order”. Fuori dall’Ikea c’era l’America, non la tangenziale ovest.
Sunset Boulevard. Luce, megaschermi, insegne allucinogene. Tavoli davanti a vetrine di Armani X, una versione rivista e corretta delle solite collezioni. Allargate.
Di notte Los Angeles è più accesa che al mattino. Ci si perde, circondati da scritte lampeggianti. L’autoradio suggerisce Johnny Cash. Rimango in silenzio. E guardo. Come un bambino al Luna Park.
Poi una strada a caso. Ci fa salire, fino a tornanti nascosti tra ville esagerate. Esasperate. Castelli innalzati in una pineta incantevole. Chissà di chi saranno. Gente importante, ricconi superflui, aristocratici. Dinasty, Dallas, quello che volete. Sono sicuro che se leggo bene sul citofono trovo Reeva, quella che non moriva mai di Sentieri.
Il buio, interrotto da qualche giardino retro-illuminato, richiama alla mente certo cinema notturno e misterioso, terribilmente affascinante.
Oggi due ragazze, in auto, hanno abbassato il finestrino per dirci delle frasi sconnesse. Facevano anche allusioni improprie con gesti sciocchini. Noi abbiamo sorriso, poi siamo rimasti colpiti dall’amico, seduto nel retro, che indicava le fanciulle davanti. E così se ne andarono.
Non lo so. Cosa significa? Ci conoscevano, c’avevano forse visto in qualche fiction? Non mi pare. Forse somigliavo al protagonista di un serial della HBO? Escludo.
Poi c’è sempre quella cameriera, quella che mi sorride. Il mio amore da Starbucks, quella necessità di arredare casa con le tazze colorate. Il frappuccino. E le cannucce.
Nella prossima puntata.
Johnny Grant, il sindaco morale di Hollywood, l’uomo che ha una Via perché è bravo, l’amico delle star - l’unico - con due stelle, ci ha rilasciato un’intervista. Parleremo spesso di lui, Mr “Walk Of fame”. E di Jean Paul Ghetty, l’ombra che sta dietro il Getty Center, detto “il ghetti”.
Un museo (modello Caneva post-postmoderno) nato da un uomo che disse: “Quando non si hanno soldi ci si pensa sempre. Quando se ne hanno, anche”.
Arrivederci.
Cambio automatico. Climatizzatore. Due accendisigari. Senza l’accendi. Cioè, solo la possibilità di introdurre caricabatterie e simili. Un’auto no-smoking, dichiaratamente.
Ma che bello! Vani porta-oggetti. E porta bibite, con vassoietto! Sì, ci siamo in una (piccola) vettura americana.
Prima tappa: Malibu. Ma veloce, giusto per capire se esiste davvero. Oceano in widescreen e gabbiani che, pare, abbiano colonizzato parte della spiaggia. Un brivido cresce sulla schiena quando, nel bel mezzo della Highway, ci fermiamo a bordo strada per dare un’occhiata da vicino. Si respira mare, vento salino e un po’ speziato, che isola per un attimo dal traffico.
Passa veloce un montaggio su clip di Baywatch. Mi sento scemo, però un po’ me la meno davanti a questo spettacolo. E saltello. Saluto un pubblico immaginario di bagnanti.
Penso che da “Arby’s” ci sono nuovi panini con mozzarella e fresch tomato, e tanta salsa ai funghi. Potrebbe diventare la mia prossima malattia. Arby’s ha un look così familiare, da panificio misto trattoria. No, non sarà di plastica. Questa volta, lo sento, pranzerò gioioso.
La Cobalt, così si chiama la macchina, ci porterà a Burbank. S’è pensato di fare una gitarella all’Ikea. Freeway: qui l’autostrada è gratis. Ed è – se possibile – ancora più larga delle strade ordinarie. Burbank si trova nella San Fernando Valley. Una ridente porzione di California dedita al caldo. Sole che sembra più vicino. E che rende la piazzetta (commerciale) attorno all’Ikea una cozza gratinata. Mi sento così. Secco e farinoso.
Da queste parti, giustamente, si rende l’esperienza mobiliare un goloso centro di accoglienza per affamati. California Pizza Kitchen (perché?), Coffee Bean, Fastfood, Ristorante Chill Messicano, ecc. Si mangia. Anche qui.
Carugate, Roncadelle, Padova. Entro e mi sento a casa. L’Ikea, all’interno, è esattamente, indubbiamente, scrupolosamente uguale a tutte le altre. In una maniera destabilizzante. Comincio a muovermi, tra cucine e salotti, fino a recuperare, con calma ed entusiasmo, basi materasso, lenzuola, cuscini.
So tutto. Preciso e lucido, come sempre, dagli svedesi. Voglio aprire una finestra e guardare fuori. Brescia? Milano?
San Fernando Valley. Burbank. Dove girarono qualche esterno di Pulp Fiction o di Ritorno al Futuro. Dove gli edifici sono più bassi che a LA, e le vie più cittadine.
Trovati tutti gli accessori. Anche un salviettone quadrettato, via. Qua costa meno che in Italia. Da noi, infatti, i prezzi degli svedesi sono tra i più alti nel mondo.
Aspetto il Lillehammer e il Sultan Fangebo (che piacevoli questi nomi che non spiegano mai un cazzo di quello che compri…per conto mio “Lillehammer” potrebbe essere una sottiletta o un detersivo…) ed osservo l’humus attorno. Anche gli americani, all’Ikea, assumono nuova forma. Sono più europei. Anzi, più torinesi. Si lasciano incanalare da scrivanie, poltrone, scaffali. Diventano più banali.
Esco vincitore dal megastore, e mi rimane addosso il sapore delle doghe in legno. Accompagnato da una voglia matta di crostata e bresaola. Per la prima volta mi rendo conto, davvero, di essere da un’altra parte. Negli Stati Uniti, sotto Schwarznegger, in mezzo a lampioni che avevo visto solo in serie tv tipo “Law & Order”. Fuori dall’Ikea c’era l’America, non la tangenziale ovest.
Sunset Boulevard. Luce, megaschermi, insegne allucinogene. Tavoli davanti a vetrine di Armani X, una versione rivista e corretta delle solite collezioni. Allargate.
Di notte Los Angeles è più accesa che al mattino. Ci si perde, circondati da scritte lampeggianti. L’autoradio suggerisce Johnny Cash. Rimango in silenzio. E guardo. Come un bambino al Luna Park.
Poi una strada a caso. Ci fa salire, fino a tornanti nascosti tra ville esagerate. Esasperate. Castelli innalzati in una pineta incantevole. Chissà di chi saranno. Gente importante, ricconi superflui, aristocratici. Dinasty, Dallas, quello che volete. Sono sicuro che se leggo bene sul citofono trovo Reeva, quella che non moriva mai di Sentieri.
Il buio, interrotto da qualche giardino retro-illuminato, richiama alla mente certo cinema notturno e misterioso, terribilmente affascinante.
Oggi due ragazze, in auto, hanno abbassato il finestrino per dirci delle frasi sconnesse. Facevano anche allusioni improprie con gesti sciocchini. Noi abbiamo sorriso, poi siamo rimasti colpiti dall’amico, seduto nel retro, che indicava le fanciulle davanti. E così se ne andarono.
Non lo so. Cosa significa? Ci conoscevano, c’avevano forse visto in qualche fiction? Non mi pare. Forse somigliavo al protagonista di un serial della HBO? Escludo.
Poi c’è sempre quella cameriera, quella che mi sorride. Il mio amore da Starbucks, quella necessità di arredare casa con le tazze colorate. Il frappuccino. E le cannucce.
Nella prossima puntata.
Johnny Grant, il sindaco morale di Hollywood, l’uomo che ha una Via perché è bravo, l’amico delle star - l’unico - con due stelle, ci ha rilasciato un’intervista. Parleremo spesso di lui, Mr “Walk Of fame”. E di Jean Paul Ghetty, l’ombra che sta dietro il Getty Center, detto “il ghetti”.
Un museo (modello Caneva post-postmoderno) nato da un uomo che disse: “Quando non si hanno soldi ci si pensa sempre. Quando se ne hanno, anche”.
Arrivederci.
1 commento:
bello tutto! mi piace lo IU-ES-EI-mandi!
Pois
Posta un commento