martedì 11 settembre 2007

#06. Capitolo 2


Di Johnny Grant ne riparliamo la prossima volta.
Ho urgenza di cominciare dal supermercato.

Siamo rimasti due ore all’interno di un supermarket: Pavillions.
Un nome che riempie la bocca, “Pavillions”, quasi lo dicesse un pesce. Pavillions.

Appena si parcheggia, si capisce subito che non sarà una passeggiata. Il capannone è molto largo, e la scritta troppo piccola. All’entrata, piante. E giornali.
Ma non appena si supera la curva, ci si ritrova davanti a decine di corridoi. Poco organizzati e un po’ kitsch. La frutta si prende con le mani. Pareti di pesche, mele, papaye. Tutte disposte in obliquo, tendenzialmente verticale. Come su dei tavoloni, ma in piedi. Frutta in piedi, direi.
I clienti toccano tutto, spostano, qualcuno assaggia. “Ma come” – chiedo ad una signorina di 70 anni – “qui non avete i guanti?”. “Certo che no” – mi risponde lei – “”take it easy!”.

E mi viene in mente una canzone. Forse i Beach Boys, forse i Take That, ma la straordinaria sensazione di sentire una vocina anziana dire quella frase, mi fa mimare uno spot delle Dietorelle.
E sì, sono felice.

Nel megastore non ci sono spiedini. Però al Whole Foods c’è una vasta gamma di prodotti seriosi e ben qualificati. Gli Spiedoni. Tentativi di brasato su stecchino, tradotti in varietà di Tutto.
Oppure i “sandwiches” fatti apposta per te. Le persone in fila, garbate, davanti a questo piccolo panificio all’interno del supermarket. Due panettieri-salumieri-infermieri (sempre una donna e un uomo) farciscono il tuo panino personalizzato. A prezzo fisso. E conveniente.
Prima scegli il pane. Poi una salsa, di solito la dijon mustard. Quindi è la volta della carne, anche roast-beef - anche caldo - del formaggio e della verdura. Qualora lo si ritenesse adeguato, finisce qui. Altrimenti si può contrattare.

Io sono stupito da tutte queste cose. Viste una volta, lette, raccontate hanno un senso. Ma vissute nella quotidianità, ovvero, quando ciò diviene routine, l’effetto medio è assai nuovo. Fa riflettere e per molti versi accomoda. È un relax incalzante. Il contrario della tensione. Però colpisce uguale.


Viviamo, finalmente, nel nuovo appartamento. Lo si condivide con un ragazzo americano dal cognome polacco. Fa il programmatore di software. O forse Youporn, non ricordo. Ad ogni modo ha gusto. Casa al terzo piano di un residence sobrio. Con piscina.
Living room e cucina sono in una grande stanza. Arredo minimal. Moquette maliziosamente morbida. Si comporta come un gatto, quando la sfiori ti fa credere che sa perché.

Dolby sorround theatre-più. Hdtv, hardisk nel decoder, computer collegato al televisore al plasma. E wireless. Wireless. Adoro questa parola, potrei ripeterla per ore. “Wireless”.
Un bagno solo per noi. Pulito. E tutte quelle cose che stanno in un appartamento come si deve, compreso un frigorifero che fa il ghiaccio. Così si riempie il bicchiere come da Starbucks.

Robert.

Un cane che abbiamo adottato come un amico. Non voluto.
“Bertro”, lo chiamiamo, come se, storpiandone il nome, ci fosse più simpatico. Invece lo odiamo. È piccolo e carino, però rompe le balle. Piange e se la mena. Poi lo si perdona per tutto, per carità, il giovane socio. Il “vecchio”. Ma vorrei fargli capire come la penso sulla questione delle pensioni. E non mi ascolta, si disinteressa del sociale. Vive con noi. Fa parte dell’affitto.


Scuola primo giorno.
Non ditelo in giro, ma sto studiando anche l’inglese!

Vraje, un uomo serioso dal cognome alto, mi piace subito. Un signore un po’ robustello, suvvia, diciamo “in carne”, che se la gioca con gli occhiali.

Un Babbo Natale comunista, mettiamola così.

Appoggia la tazza sul banco. Come David Letterman. Come faceva Luttazzi. Abitudine anche di un’altra insegnante, una donna molto in gamba. La tazza originale. Ognuno ha il suo slogan, il suo messaggio. Lisa, (qua ci si chiama per nome), è per libertà, uguaglianza, giustizia. Brava. Una liberal. Conduce bene. Abbiamo opinioni similari e la pensiamo allo stesso modo su molte cose. E siamo critici.

Ma torniamo a Vraje. Un nome così strano per un uomo così americano. O forse no? Eppure ne ha anche lui per tutti: cosa succede in Italia, il vostro cinema, la nostra comunicazione, Berlusconi (definito “that guy” amico di Bush. Tradotto: “quel ragazzo”), e ancora: la politica americana, i ricconi, il petrolio, l’obesità, il coraggio. Ci incita a “fight” a modo nostro il sistema. Lo fa come ad un talk-show di Marzullo se fosse Vincenzo Mollica.
Si conversa. Funziona. La tazza, ogni tanto la porta alla bocca. Beve. Allora è vera! No…sono convinto che finga, come in tv.

Pochi, pochissimi italiani. Due da scartare, ragazzine infime e superficiali, che vogliono affittare una limousine. Cristo!
Bischero, invece, Nicolò, un fiorentino che si definisce “full immersion inglese”, perché lui, il toscano, vuole imparare a volare.
Fortunatamente non ne vedo altri in giro. Solo uno, biondo, che cercherò di evitare.

Mi presento con un buon livello, anche se tradisco imbarazzo. Mi fanno cominciare con la grammatica. Frase ipotetica. Ahia. Mi spengo. Grazie della fiducia, ma non potete farmi partire così. Dalle “If” e dai “would”. Io voglio iniziare dal “table”.
Comprendo, man mano, durante la giornata, che qui si va a giro, si ruota, si balla. I docenti roteano attorno alle classi, gli alunni cambiano, ci si muove tutti. Bene, that’s entertainment.

Nonostante la primaria alienazione, mi faccio spazio a metà mattina. Parlo, mi presento, mi esprimo e mi dilungo. Conosco un giapponese col cappellino, appassionato del nostro campionato calcistico. Mi invita a giocare. Gli accenno che so stare a malapena in porta. Non so come spiegarglielo. Nel frattempo ci facciamo domande e diamo risposte, leggendole sulla lavagna. Ci salutiamo.
Una ragazza francese, che vuole fare l’attrice, mi pone svariati quesiti e approva la mia polemica sulla questione dello stato laico. Ah! Come mi diverto!

In sintesi direi che il primo approccio, qui, non mi è dispiaciuto. Sono uno dei più vecchi, probabilmente, però c’è uno di quarantanni. Coi Giapponesi è sicuro che troverò un accordo.
Mettere su insieme qualcosa. Devo pianificare.

“Scusi, Sir, ma in america non si chiede ‘permesso’ quando si entra in casa di altri?”. Fa uno scatto con la testa. È come un tic. Lo fa con eleganza. “No” – mi dice – “puoi dire ‘may i come in’ ma non è fondamentale”.

Take it easy!

1 commento:

Anonimo ha detto...

ma stai scrivendo un romanzo?