giovedì 9 agosto 2007

Plaisir - parte 3


Lucrezia, così si chiamava. Era figlia della Numismatica, una contessa famosa in tutto il sud della Francia, nonostante fosse islandese. Finita alla festa senza saperne il motivo, forse trascinata da qualche amica dell’alta borghesia, forse accompagnata da un non rilevante fotografo, si era messa a giocare come non faceva da sei mesi. Un piccolo esaurimento nervoso – il padre si suicidò dopo aver ricevuto un buono sconto per patate rosmarine – e Lucrezia entrò in un vortice di alcool e orecchini. Un mix pericoloso.

Piangeva. Noir l’accarezzava. Di nuovo paterno. Senza volerlo.

“Ho inventato un gioco. Tu conti fino a venti, intanto io nascondo un quadro. Se lo trovi, hai vinto”.
Voce sublime, di furbo incanto. Fanciulla dolce e sofisticata, che stava rubando la ragione ad un uomo intontito da una serata formalmente persa.
“D’accordo” – rispose lui – “ma se vinco mi regali un’unghia”. Non fu difficile trovare un accordo.
Noir si mise faccia al muro a contare. Una musica xilofonica, timorosa, si alzava sottile per sottolineare il momento. “Uno, due, tre, …”. Contava divertito, mentre la giovane borghese nascondeva il quadro ridendo come una mensola. Decise di tenerlo in tasca, per fregarlo.
“…diciannove, venti! Eh…adesso mi tocca fare il socievole…”.

Noir sapeva benissimo dove Lucrezia tenesse nascosto il dipinto di Madre Cueille. Ma voleva confonderla. Si avvicinava alle poltrone – sottosopra - faceva il finto preoccupato, toccava pareti e pavimenti, quasi ad insinuare che potesse averlo nascosto lì dentro o lì sotto, murato o pavimentato nel giro di pochi secondi.

La ragazza era tutta eccitata. Canticchiava, spontanea, una canzone italiana di Nilla Pizzi. Poi una di Gino Paoli. Poi una di Françoise Hardy. Era un arcobaleno monocromatico. Noir si stava affezionando a quel giovane incanto, ma doveva strapparle un’unghia. “Trovato!”.

Sì, proprio come previsto. Il quadro ce l’aveva in tasca. Un vestito che nascondeva delle tasche lunghissime, capaci di sfruttare uno spazio finora sottovalutato. Non una sottoveste. Una tasca. Un marsupio celato dall’elegante mise en scene.

“Dunque…s’il vous plait, je dois vous prendre…”. Non era spaventata. Si divertiva. Lucrezia lo interruppe per dargli un bacio sulla guancia. Poi un sorriso.
Noir le prese dolcemente la mano e, come un vero monsieur, le rimosse lentamente l’unghia del suo dito preferito, l’indice sinistro. Silenzio. Solo la musica, che da tentennosa si era fatta fluida e seducente, sinfonie d’archi che riempivano la stanza, parlava tra i due.

“Presa…!”. Il sangue macchiò immediatamente il tappeto sconvolto per terra. La donna sradicò dalla borsetta una manciata di fazzoletti di seta, che solo a vederli veniva voglia d’accarezzarli. Come se nulla fosse cominciò a tamponare la ferita. Uno schizzo di sangue colpì anche la giacca di Noir.

Qualcuno urlava. Sicuramente in giardino stava cominciando l’applauso.


[fine terza parte - racconto episodi]

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