
Los Angeles primi giorni.
Raccontare senza inventare. Per anni mi sono divertito a girovagare tra possibili riletture della quotidianità - prettamente italiana – storpiando e declinando situazioni e facce all’interno di mondi sostanzialmente finti.
Ecco. Adesso – qui – mi trovo pressoché impossibilitato a continuare questo gioco. Annientato da un contesto, un mondo, un agglomerato di cose decisamente inimmaginato, mi vedo obbligato ad uscire un po’ (poco, perché tutto sommato sennò non mi diverto) da me stesso e a mettermi in soggettiva. Vediamo che succede. Tanto da qui non torno per almeno qualche mese.
Non è una città. E’ un’illusione. Un puzzle di cittadine raggruppate sotto il nomignolo L.A. (qua pare che per ogni cosa bisogna farne una sigla) che urla “don’t walk”, e tentare di girare a piedi diventa un suicidio. Oggi sono morto, per esempio. Chilometri come da Monza a Milano. Dal centro all’altro centro. A piedi.
Un ginocchio se n’è andato e l’altro non sa/non risponde.
Beverly Hills l’ho vista camminando come il Dr House. Cercavo un bastone, ma attorno solo negozi ultrachic e palazzi enormi, anonimi, eccessivi.
No…qui ci vuole un’automobile. Oppure i mezzi di trasporto, ma il problema è che non si capisce come funzionano. E i biglietti si fanno sul bus. Non dà resto, quindi può diventare leggermente impegnativo.
Ma passiamo alle cose che val la pena di inserire in questo daily-reporting (temo che termini tipo questo aumenteranno esponenzialmente, quindi mandatemi mail di protesta, provvederò a punirmi) e cerchiamo di andare oltre.
Qui il cinema non lo fanno i grandi registi, ma le location. E’ già tutto pronto, basta guardare. Se c’è una cosa veramente interessante di Los Angeles è proprio il contrasto tra il giorno e la notte.
Scena 1 – esterno notte
Donna sulla quarantina cammina – sola – per una strada particolarmente grande, ma vuota. Attorno a lei palazzi non meno alti di quaranta piani, pareti enormi e monocromatiche, intervallate da murature bizzarre o da reti fatiscenti. Auto parcheggiate poche. Auto in transito sempre.
Umani in zona: nessuno. La donna comincia ad agitarsi. Controlla la borsa e se la tiene stretta, quasi volesse penetrare il ventre per nasconderla. L’illuminazione pubblica è essenziale. Buchi di luce, non un viale illuminato. Gli edifici potrebbero essere abitati da scatole, non ci farebbe caso nessuno.
La donna cammina sempre più velocemente, fino ad imitare una leggera corsetta. Si guarda attorno, preoccupata, ma non c’è traccia di città. Un luogo che è forse un set cinematografico. O una quinta. O forse un percorso fasullo che non porta da nessuna parte.
Angoscia. La donna si sente in pericolo, non si fida più nemmeno della sua (accennata) ombra. Cerca conforto nell’unica traccia di “vita”: le insegne luminose. Tante. Troppe. Sempre.
I loghi servono agli americani per tranquillizzarsi. Adesso è tutto più chiaro.
Qualche interno acceso, hall di complessi residenziali e di qualche centro commerciale in stand-by. Ma non è vero. Non c’è nessuno.
Raggiunge Starbucks. “Un espresso”, chiede ancora intontita dal pericolo appena scampato. E si rintana nella calma apparente di una catena di colazioni.
La donna ero io. O un altro al mio posto. O una scena vista da “Il tenente Colombo” a “Omicidio a luci rosse”. Ancora non ci credo che sono qui.
Alla prossima. Poi ha fatto giorno e c’era la spiaggia. E lì cambia tutto davvero.
Raccontare senza inventare. Per anni mi sono divertito a girovagare tra possibili riletture della quotidianità - prettamente italiana – storpiando e declinando situazioni e facce all’interno di mondi sostanzialmente finti.
Ecco. Adesso – qui – mi trovo pressoché impossibilitato a continuare questo gioco. Annientato da un contesto, un mondo, un agglomerato di cose decisamente inimmaginato, mi vedo obbligato ad uscire un po’ (poco, perché tutto sommato sennò non mi diverto) da me stesso e a mettermi in soggettiva. Vediamo che succede. Tanto da qui non torno per almeno qualche mese.
Non è una città. E’ un’illusione. Un puzzle di cittadine raggruppate sotto il nomignolo L.A. (qua pare che per ogni cosa bisogna farne una sigla) che urla “don’t walk”, e tentare di girare a piedi diventa un suicidio. Oggi sono morto, per esempio. Chilometri come da Monza a Milano. Dal centro all’altro centro. A piedi.
Un ginocchio se n’è andato e l’altro non sa/non risponde.
Beverly Hills l’ho vista camminando come il Dr House. Cercavo un bastone, ma attorno solo negozi ultrachic e palazzi enormi, anonimi, eccessivi.
No…qui ci vuole un’automobile. Oppure i mezzi di trasporto, ma il problema è che non si capisce come funzionano. E i biglietti si fanno sul bus. Non dà resto, quindi può diventare leggermente impegnativo.
Ma passiamo alle cose che val la pena di inserire in questo daily-reporting (temo che termini tipo questo aumenteranno esponenzialmente, quindi mandatemi mail di protesta, provvederò a punirmi) e cerchiamo di andare oltre.
Qui il cinema non lo fanno i grandi registi, ma le location. E’ già tutto pronto, basta guardare. Se c’è una cosa veramente interessante di Los Angeles è proprio il contrasto tra il giorno e la notte.
Scena 1 – esterno notte
Donna sulla quarantina cammina – sola – per una strada particolarmente grande, ma vuota. Attorno a lei palazzi non meno alti di quaranta piani, pareti enormi e monocromatiche, intervallate da murature bizzarre o da reti fatiscenti. Auto parcheggiate poche. Auto in transito sempre.
Umani in zona: nessuno. La donna comincia ad agitarsi. Controlla la borsa e se la tiene stretta, quasi volesse penetrare il ventre per nasconderla. L’illuminazione pubblica è essenziale. Buchi di luce, non un viale illuminato. Gli edifici potrebbero essere abitati da scatole, non ci farebbe caso nessuno.
La donna cammina sempre più velocemente, fino ad imitare una leggera corsetta. Si guarda attorno, preoccupata, ma non c’è traccia di città. Un luogo che è forse un set cinematografico. O una quinta. O forse un percorso fasullo che non porta da nessuna parte.
Angoscia. La donna si sente in pericolo, non si fida più nemmeno della sua (accennata) ombra. Cerca conforto nell’unica traccia di “vita”: le insegne luminose. Tante. Troppe. Sempre.
I loghi servono agli americani per tranquillizzarsi. Adesso è tutto più chiaro.
Qualche interno acceso, hall di complessi residenziali e di qualche centro commerciale in stand-by. Ma non è vero. Non c’è nessuno.
Raggiunge Starbucks. “Un espresso”, chiede ancora intontita dal pericolo appena scampato. E si rintana nella calma apparente di una catena di colazioni.
La donna ero io. O un altro al mio posto. O una scena vista da “Il tenente Colombo” a “Omicidio a luci rosse”. Ancora non ci credo che sono qui.
Alla prossima. Poi ha fatto giorno e c’era la spiaggia. E lì cambia tutto davvero.
4 commenti:
Bello. Nessun alibi o mistificazione.
Eppure è un post tuo quanto gli altri. Stai bene scoperto, detto senza allusioni.
un saluto. m
puoi anche non crederci, faccio fatica a crederci io. ma questa notte sono riuscito a costruire un blog tutto mio. non mi ero mai impegnato in questa impresa ed effettivamente è semplice. non ci credi, ehhh? allora clicca su questo indirizzo informatico e vedrete dove vi ritroverete: http://corridoi.splinder.com/
b-e-n-v-e-n-u-t-o nel mio nuovo blog e buona lettura del mio primo post.
ho fatto il grande salto, ora sono anche web-master e non solo autore di testi. sto scherzando, in informatica non ci vado a nozze per niente.
vi aspetto,
matteo
molto bello questo resoconto cinematografico! :)
Bene bene, seymandi. A quando l'intervista su Lucignolo Bellavita? Melita ci ha cotto il razzo.
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