Natale 1965. Non era passato un anno da quello precedente perché, per uno strano gioco di campi e controcampi, Emily aveva atteso troppo poco. Qualche sera prima - era prevedibile - qualcuno bussò alla porta d’ottone bianco. Come un batuffolo di cotone. Come un cotton-fioc. Come la neve. Romantica Emily. Volgarissima Emily. Aveva un nome internazionale, ma abitava a Sabbialfosso, un paesino che non si ricordava nemmeno chi ci abitava. Così lei, lentiggini di sottobosco, respirava smog da grande mela. Il padre travestito aveva deciso di mettersi il vecchio costume di Santa Claus. Non era adatto alle sue nuove forme, ma decise che per la figlia era troppo importante sentirsi a New York. Si cammuffò. Era il 7 maggio 1965. Faceva caldo. Luccicanti come un tulipano contaminato da etere, gli addobbi natalizi avevano strane convulsioni. Fu un disastro totale. La madre della ragazzina soffriva di attacchi epilettici. Gli animali domestici si sentivano parte della famiglia (dei vicini). “Non voglio dimostrare nulla” - disse il fratello maggiore - “ma non credo di sentirmi a mio agio qui”. E nel “qui” esprimo la mia prima opinione esplicita.
Natale 1965. Deluse le aspettative. Deluse le frasi di circostanza. Delusi i buoni propositi. Tutto quel collage temporale era ingiustificato. Una forte e rigorosa bestemmia bombardò la banalissima cena. Era Emily. Era volgare?
L’intera serata, cominciata fuoriluogo sin dall’inizio, finì in un suicidio. Morta la mamma, (quella mancanza d’attesa l’aveva portata a decidere di cessare le vibrazioni), morto il padre (stufo di creare calendari alternativi), morto il fratello maggiore (non aveva particolarità evidenti utili allo sviluppo del racconto) e, soprattutto, morta Emily. Al criptico suicidio dalle tonalità familiari non parteciparono i due gatti e il cane bastardo. Erano dai vicini.
A casa Riapàtia il Natale era arrivato in anticipo.
Natale 1965. Deluse le aspettative. Deluse le frasi di circostanza. Delusi i buoni propositi. Tutto quel collage temporale era ingiustificato. Una forte e rigorosa bestemmia bombardò la banalissima cena. Era Emily. Era volgare?
L’intera serata, cominciata fuoriluogo sin dall’inizio, finì in un suicidio. Morta la mamma, (quella mancanza d’attesa l’aveva portata a decidere di cessare le vibrazioni), morto il padre (stufo di creare calendari alternativi), morto il fratello maggiore (non aveva particolarità evidenti utili allo sviluppo del racconto) e, soprattutto, morta Emily. Al criptico suicidio dalle tonalità familiari non parteciparono i due gatti e il cane bastardo. Erano dai vicini.
A casa Riapàtia il Natale era arrivato in anticipo.
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