
Adoravo il sorriso di Trina.
Era una ragazza dolce, come certe caramelle. Credo si facessero chiamare “ciucci”, ma non è il nome che le rendeva una fantasia morbida e generosa. Trina era diversa dalle altre, e questo tutti lo sospettavano. Semplice, superficiale giudicarla; sebbene fosse alta 1,90 m, non aveva certo il portamento di una scatola. Ciò che faceva di lei un elemento statico, quasi una garza, era una mania. Inutile confessarvi che, a parer mio, inventiamo le manie secondo un meccanismo non molto lontano dalle strategie di marketing, ma vado oltre.
Si dà il caso, infatti, che Trina adorasse le lattine. Le amava, le sognava, le divorava. Era bulimica di lattine. Le vomitava. Una ragazza diversa, strana e imperturbabile. Ma si poteva spiare.
Eravamo in tre: io, Martin e Joel. Una vacanza che, credo, non dimenticherò mai. Il luogo era una sorta di villaggio mediale, sembrava uscito da un telefilm anni 50. Una cittadina americana in bianco e nero. Bianche le case, gli steccati, i lampioni, i cestini, le panchine. Nere le strade, i cortili, le piazze, le auto. L’unica differenza – buffa - la facevano le strisce pedonali: gialle.
Trina viveva lì, in quel microcosmo catodico. E i ragazzi che mi presentò mio zio me la fecero scoprire. Ogni pomeriggio, dopo la scuola, ella si recava al supermercato “O’dies”, (ora non c’è più), fingendo di dover acquistare qualcosa per la madre, anche se non c’era volta in cui si ricordasse cosa le serviva. Così, con la scusa di “girare per gli scaffali, cercando di stimolare la memoria grazie alla visione dei prodotti”, Trina poteva, (finalmente!), avvicinarsi al reparto bevande.
(Qui spunta la sua caratteristica)
L’esperto la chiamava “esigenza sconvolgentia”, noi preferivamo un banale “Trina lattina”, anche se spesso veniva scambiato per “Lat-trina”, facile immaginare le conseguenti ilarità.
Cosa, in concreto, faceva Trina? Ebbene, la sua era una folgorante attrazione per le bibite in lattina, di qualunque marca, di qualunque bevanda, alcolica o analcolica, frizzante o naturale, chiara o scura, dolce o amara. L’importante, l’essenziale, era che fosse contenuta in una confezione di metallo, o simili. La suddetta fanciulla, (allora tredicenne), si recava ogni santo giorno dal vecchio “O’dies”, (che ora non c’è più, sostituito da una catena di ipermercati che va forte da quelle parti), perché ammaliata, ipnotizzata, drogata di scaffali di lattine.
Lattine, “piccoli recipienti di latta o di altra lamiera sottile, spec. quello cilindrico usato per contenere birra, olio, bibite, ecc.”, parafrasando Voltaire, uno degli oggetti più sterili e asettici in uso quotidianamente, o quasi. Come dire che Trina aveva scelto di cibarsi di qualcosa di tremendamente opposto al vivido umano, ma anche alla natura, alle sue proposte. Come se Trina avesse appiccicata una calamita che la aspirasse da loro: lattine. Ero morbosamente affascinato dallo sguardo che emanava quando, dopo un falso girovagare, (quasi un preliminare, quasi una leggera stimolazione della lussuria presente in lei), si liberava, ingenua e perversa, davanti alla poesia di uno scaffale, (da notare: anche lui, di metallo), custode dei suoi desideri più intimi.
Non l’ho mai ritenuta né malata, né deviata. Aveva negli occhi delle lampade alogene. Come biasimarla? […]
Era una ragazza dolce, come certe caramelle. Credo si facessero chiamare “ciucci”, ma non è il nome che le rendeva una fantasia morbida e generosa. Trina era diversa dalle altre, e questo tutti lo sospettavano. Semplice, superficiale giudicarla; sebbene fosse alta 1,90 m, non aveva certo il portamento di una scatola. Ciò che faceva di lei un elemento statico, quasi una garza, era una mania. Inutile confessarvi che, a parer mio, inventiamo le manie secondo un meccanismo non molto lontano dalle strategie di marketing, ma vado oltre.
Si dà il caso, infatti, che Trina adorasse le lattine. Le amava, le sognava, le divorava. Era bulimica di lattine. Le vomitava. Una ragazza diversa, strana e imperturbabile. Ma si poteva spiare.
Eravamo in tre: io, Martin e Joel. Una vacanza che, credo, non dimenticherò mai. Il luogo era una sorta di villaggio mediale, sembrava uscito da un telefilm anni 50. Una cittadina americana in bianco e nero. Bianche le case, gli steccati, i lampioni, i cestini, le panchine. Nere le strade, i cortili, le piazze, le auto. L’unica differenza – buffa - la facevano le strisce pedonali: gialle.
Trina viveva lì, in quel microcosmo catodico. E i ragazzi che mi presentò mio zio me la fecero scoprire. Ogni pomeriggio, dopo la scuola, ella si recava al supermercato “O’dies”, (ora non c’è più), fingendo di dover acquistare qualcosa per la madre, anche se non c’era volta in cui si ricordasse cosa le serviva. Così, con la scusa di “girare per gli scaffali, cercando di stimolare la memoria grazie alla visione dei prodotti”, Trina poteva, (finalmente!), avvicinarsi al reparto bevande.
(Qui spunta la sua caratteristica)
L’esperto la chiamava “esigenza sconvolgentia”, noi preferivamo un banale “Trina lattina”, anche se spesso veniva scambiato per “Lat-trina”, facile immaginare le conseguenti ilarità.
Cosa, in concreto, faceva Trina? Ebbene, la sua era una folgorante attrazione per le bibite in lattina, di qualunque marca, di qualunque bevanda, alcolica o analcolica, frizzante o naturale, chiara o scura, dolce o amara. L’importante, l’essenziale, era che fosse contenuta in una confezione di metallo, o simili. La suddetta fanciulla, (allora tredicenne), si recava ogni santo giorno dal vecchio “O’dies”, (che ora non c’è più, sostituito da una catena di ipermercati che va forte da quelle parti), perché ammaliata, ipnotizzata, drogata di scaffali di lattine.
Lattine, “piccoli recipienti di latta o di altra lamiera sottile, spec. quello cilindrico usato per contenere birra, olio, bibite, ecc.”, parafrasando Voltaire, uno degli oggetti più sterili e asettici in uso quotidianamente, o quasi. Come dire che Trina aveva scelto di cibarsi di qualcosa di tremendamente opposto al vivido umano, ma anche alla natura, alle sue proposte. Come se Trina avesse appiccicata una calamita che la aspirasse da loro: lattine. Ero morbosamente affascinato dallo sguardo che emanava quando, dopo un falso girovagare, (quasi un preliminare, quasi una leggera stimolazione della lussuria presente in lei), si liberava, ingenua e perversa, davanti alla poesia di uno scaffale, (da notare: anche lui, di metallo), custode dei suoi desideri più intimi.
Non l’ho mai ritenuta né malata, né deviata. Aveva negli occhi delle lampade alogene. Come biasimarla? […]
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