giovedì 31 maggio 2007

Consecutio Temporum

Un ragazzo è immobile in mezzo a numerose persone che camminano.
Non riusciamo a capire se è basso o semplicemente seduto per terra. In effetti ci pare di vederlo a mezza figura, ma è strano perché notiamo soltanto le gambe dei passanti che lo affiancano.
E’ molto basso o è seduto?
Lo vediamo anche dall’alto, ma continuiamo a non capire. Però una cosa è chiara: si muovono tutti, mentre lui rimane come paralizzato, in pausa al centro di un viale in movimento.
Un bambino, alto quanto il ragazzo in sosta, si ferma a guardarlo. Poi gli chiede come si chiama. “Cato” – risponde lui – e il bambino se ne va.
Poco dopo passano due signore dall’aspetto barocco. Si trattengono a destra del ragazzo. Una confessa all’altra: “è un egoista. Guardalo, sta immobile su se stesso”. Lui sembra non prestare attenzione alla voce dei passanti. Tre ragazzi lo salutano, come se nulla fosse. E lui ricambia.
Un signore poco più alto di Cato gli si blocca davanti: “Dove le ha lasciate?”, chiede. Cato guarda in giù. Lo vediamo per la prima volta nella sua interezza. Non ha le gambe, o meglio, non ha la parte inferiore alle ginocchia. Eppure non sembra preoccuparsene. Il vecchio rimane per un po’ a fissarlo, perplesso. Cato sembra non avere niente da dire. “Le ha dimenticate, oggi” – dice una ragazza che passa di lì – “e forse non se n’è mai ricordato davvero”. Cato fa cenno al vecchietto di avvicinarsi. “Non so quale sia il loro oggetto del desiderio” – sussurra – “ci sono così tante vetrine qui, non me la sentivo proprio…”.
L’anziano spettatore fa una smorfia di disgusto. Poi si riavvicina al ragazzo. “Ha della polenta in testa!” - esclama con estrema tranquillità – “E’ stato quel signore laggiù” – risponde impassibile Cato – “poco fa, me l’ha rovesciata in testa credendo che non lo vedessi. Ecco, vede? E’ proprio quel signore in giacca e cravatta.”.
Il vecchietto guarda a sinistra, verso una cartoleria. “Non lo vedo? E’ sicuro?”. Cato risponde mantenendo la posizione che lo distingue dall’inizio, ovvero, non ruotando mai la testa, come se fosse bidimensionale. “Sì, è appoggiato ad una vetrina, vicino alle mie gambe. Se non sbaglio stanno ammirando la vetrina.”.
“Zitto! Zitto!”- urla una passante al suo cane – “ho scoperto cosa sei veramente”. E se ne va, aumentando il passo, imbarazzata.
Due gambe sono ferme davanti alla vetrina di una cartoleria. Un uomo in completo nero è in piedi con le spalle appoggiate ad una colonna non lontana da loro.
“Sono paralizzato! Sono paralizzato!”. Cato urla, di colpo, ed il suo volto si copre di terrore.
Le gambe sono ancora davanti alla vetrina. L’uomo in nero non c’è più.
Il vecchietto di fronte a Cato lo osserva insospettito, poi gli rivolge l’ultima battuta: “Volevano qualcosa per poter scrivere, vero?”. E se ne va. Si gira per un ultimo sguardo a Cato. E se ne va.
Le gambe stanno uscendo dalla cartoleria, immobili, ancora, ma in una posizione diversa. Sono uscite dal negozio, perché hanno la porta alle loro spalle. Sul piede destro c’è una penna.
Nero.
Cato è in mezzo ad un viale. Molte persone camminano intorno a lui. Qualcuno lo saluta. Poco più in là le sue gambe sono davanti ad una vetrina.

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